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La battaglia di Hacksaw Ridge

di Mel Gibson

Guerra, 131’, Australia-USA 2016.
Con Andrew Garfield, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths, Luke Bracey, Vince Vaughn.

Desmond Doss decide di arruolarsi e di servire il suo Paese. Cristiano avventista e obiettore di coscienza, il ragazzo rifiuta di impugnare il fucile e uccidere un uomo. Fosse anche nemico. Arruolato come soccorritore medico combatterà contro l’esercito nipponico, contro il pregiudizio dei compagni e contro i fantasmi di dentro che urlano più forte nel clangore della battaglia.

La battaglia di Hacksaw Ridge è un esempio di film ideologicamente radicale. E poco importa che si tratti di un film radicalmente reazionario e conservatore. […] Mel Gibson è stato l’unico cineasta capace fino ad ora di assumere fino in fondo l’estremismo di una visione parziale. La cosa non dovrebbe certo stupire: Mel Gibson è infatti un regista pienamente ideologico. […] Gibson è interessante proprio perché è un estremista conservatore. […] Il problema, secondo Doss, è che i suoi compagni soldati combattono soltanto con le armi, ma dimenticano quella che è l’arma più importante: cioè la fede in Dio. È solo quando l’intero battaglione diventa consapevole dell’importanza della fede – allegorizzata da una splendida scena finale in cui il battaglione intero attende che Doss concluda le proprie preghiere per sferrare l’attacco finale al fronte nemico – che la guerra può essere vinta. Il problema della guerra, sembrerebbe dirci Gibson, non è militare, ma è etico. È solo quando una posizione etica vittoriosa viene raggiunta che è allora possibile conquistare anche la vittoria militare. La battaglia di Hacksaw Ridge non è allora un film pacifista, ma non è nemmeno un’apologia della guerra fine a sé stessa. È un film che attraverso la guerra vuole porre un problema di etica e di posizione soggettiva (è lo showdown “cristico” di Doss che si lava via il sangue con una sorta di acqua battesimale ce lo mostra nella maniera più inequivocabile possibile). La qualità e il contenuto di questa posizione potranno magari non piacere a chi è allergico per ragioni politiche contingenti all’estremismo conservatore americano, ma è indubbio che Gibson riesca a costruire questo sguardo con un coinvolgimento che difficilmente può farci rimanere “neutrali” e distaccati.

Pietro Bianchi – cineforum.it